venerdì 27 giugno 2008

Educazione e integrazione

“Non possiamo rimanere in silenzio. Vogliamo assumerci anche noi, qui, le nostre responsabilità: con l’osservazione critica dei comportamenti sociali; con la denuncia delle responsabilità istituzionali; con l’impegno progettuale e quotidiano negli ambiti di lavoro e di relazione sociale.

Nella speranza che, anche a partire dalla scuola, siano i bambini e i ragazzi a diffondere in famiglia e nella società semi di educazione civica e interculturale.”

Rileggo l’ultimo passaggio e l’appello a non rimanere in silenzio del Giscel Sardegna. La scuola è chiamata in causa e da insegnante ripercorro la normativa in materia.

Due le circolari del MPI che attirano la mia attenzione: la 301/1989 e la 205/1990 riguardanti l’inserimento degli alunni stranieri nella scuola dell’obbligo. La seconda introduce una figura importante, il “mediatore culturale”.

Nel 1998 arriva la legge sull’immigrazione detta “Turco-Napolitano”, pur non riferendosi solo alla scuola l’art 40 autorizza le Regioni, le Provincie e i Comuni a stipulare convenzioni per l’impiego nelle proprie strutture di stranieri (titolari di permesso di soggiorno) in qualità di “mediatori culturali”. L’anno successivo, nel regolamento di attuazione della stessa legge troviamo un cenno specifico per l’istruzione scolastica all’art. 45, dove si prospettano intese con gli enti locali. Viene menzionata la figura del “mediatore scolastico” che sembra sostituire il termine “mediatore culturale” diventato purtroppo fonte di un’ambiguità che andrà accentuandosi col tempo.

È del 2000 la direttiva del MPI n. 202, in cui non solo si prospetta l’integrazione degli alunni stranieri ma si prevedono azioni di accompagnamento per le scuole inserite in territori a forte processo immigratorio tra cui corsi di italiano L2 e la figura del “mediatore linguistico”, non più “culturale” o “scolastico” ma “linguistico”. Anche se merita grande attenzione non ritengo sia questo il luogo opportuno per discutere sulla figura del mediatore linguistico e culturale nella scuola, già al centro di un vivace dibattito. Vorrei però sottolineare che la sua esistenza testimonia la volontà di agire nel senso della conoscenza, accettazione e rispetto consapevole delle altre culture.

Più recenti la Circolare del MIUR (n. 24 del 01/03/06) “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri” e il “Documento generale di indirizzo per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’educazione interculturale” del dicembre 2006.

Per finire le recenti “Indicazioni per il curricolo” dove in riferimento ai bambini (p.36) leggo: “Attraverso la conoscenza e la consapevolezza della lingua materna e di altre lingue consolidano l’identità personale e culturale e si aprono verso altre culture”. Quindi non solo mezzi e strumenti nuovi e esterni alla scuola ma viene chiamata in causa la stessa educazione linguistica che deve concorrere all’integrazione e alla reciproca accettazione e rispetto dell’altro. Tra le righe si legge l’esigenza di mettere a punto un programma di educazione linguistica all’interno di ciascuna materia. L’apprendimento linguistico è prima di tutto un’esperienza sociale che coinvolge delicati aspetti dell’identità personale, del rispetto degli altri e della percezione di se stessi oltre che, naturalmente, del rapporto con la propria cultura.

Per concludere in teoria abbiamo tutti gli strumenti legislativi e metodologici e le risorse umane per procedere nella direzione dell’integrazione ma, a giudicare dai risultati, i buoni propositi, i decreti, gli strumenti e le risorse messe in atto in questi ultimi dieci anni non hanno prodotto risultati (o ne hanno prodotto pochissimi). Perché?

2 commenti:

Maria Teresa ha detto...

Cara Carla,
voglio seguire il tuo esempio e uscire dal silenzio.
Tu ci ricordi le disposizioni e i decreti che, a partire dall’89, parlano di inserimento dei minori stranieri nella scuola dell’obbligo e della valorizzazione delle culture diverse anche attraverso le figure del mediatore linguistico e del mediatore culturale. E noi sappiamo che molti colleghi si preparano all’accoglienza degli immigrati anche mediante corsi di formazione, tanto più faticosi in quanto si aggiungono al fare scuola quotidiano. Ma quale cultura dell’accoglienza si può creare in una società che si sente molto spesso autorizzata a gridare la sua paura dell’altro, il suo odio per l’altro da cui si sente destabilizzata? E che dire delle annunciate misure del governo che intende schedare i minori stranieri nell’intento di proteggerli dai loro stessi genitori che li spingerebbero a delinquere?
In una bella relazione Silvana Ferreri (http://ius.regione.toscana.it/cld/ pag. 44) sostiene che le parole della lingua regolano il nostro “stare insieme” e lo stesso fanno le leggi; quindi, citando Zagrebelsky, attribuisce all’esercizio della parola, al dialogo, la via della democrazia.
Quale dialogo può coordinare il mediatore (linguistico o culturale che sia) con cittadini e cittadine che appiccano il fuoco ai campi dei rom (simbolo di emarginazione e degrado) e non certo per accoglierli nella legalità e nella democrazia delle regole uguali per tutti?
Penso a un’educazione linguistica democratica che porti un allievo rom a definirsi zingaro per scherzare sui pregiudizi dei compagni (e sui nostri), mentre questi hanno imparato a definirlo rom oppure sinti o altro in una reale valorizzazione della diversità.

Marilena ha detto...

Ecco le ultime novità, da un lato il Ministro promette finanziamenti ad hoc per l’inserimento scolastico dei bambini rom e parla di mediazione culturali (cfr. http://www2.tecnicadellascuola.it/index.php?id=23089&action=view ), dall’altro difende la vile operazione delle impronte digitali agli stessi bambini. Che dire? Siamo vigili e pronti al dialogo ma fermi sulle nostre tesi. Fare educazione linguistica è sempre stato rivoluzionario, continuiamo con nuovo slancio. Ce ne sarà bisogno!