lunedì 14 maggio 2007

compattamento a 18 ore: una catastrofe annunciata

Da un documento dell'assemblea del personale del Liceo Alberti di Cagliari, approvato anche in un'assemblea cittadina unitaria, traggo alcuni passi su cui riflettere con urgenza prima che certe norme sfasciascuola passino a regime.

Saturazione degli organici della scuola a 18 ore. Risparmio presunto e prezzo certo.

Il governo sta procedendo sistematicamente alla applicazione della norma contenuta nella legge finanziaria del 2002 (governo Berlusconi), norma approvata senza alcuna discussione politica in parlamento come sta succedendo sempre con le leggi finanziarie, e che prevede la saturazione degli organici della scuola italiana a 18 ore. La decisione è finalizzata al risparmio di bilancio, ottenuto attraverso la sola riduzione degli organici, che peraltro si prospetta consistente a fronte però di un intervento sul corpo della scuola che è drastico e grave.

Cosa succede infatti con il compattamento a 18 ore, ottenuto con una mera operazione aritmetica, cioè senza alcun discorso di cattedra e di unità didattica del quadro orario di ogni singolo docente?

Si ha la perdita della continuità didattica per la maggior parte delle discipline, si finisce per insegnare in classi sempre differenti, con quadri orari deboli e programmazioni che devono necessariamente essere cambiate, perché non si sa a chi l’insegnamento sarà indirizzato, con quali persone il lavoro sarà costruito, con quali competenze di base e quali risultati del passato bene acquisiti.
Per le studentesse e gli studenti si avrà il fenomeno di docenti che possono sempre variare ed in effetti varieranno a seconda delle quantità di iscritti e di respinti anno per anno, o di altri casi anche più fortuiti e, perciò, mancherà una programmazione pluriennale delle discipline.

Un altro effetto importante è che la lotta alla dispersione scolastica diventa un puro ideale o, meglio, una pura “grida manzoniana” priva di qualsiasi effetto, poiché mancano le capacità di realtà che permettono di intervenire in qualsiasi modo.

Si ha un notevole incremento delle attività funzionali all’insegnamento, specie per i docenti a cui viene aggiunta una ulteriore classe e specialmente se la disciplina comporta istituzionalmente delle prove scritte: come italiano, latino, lingua straniere, matematica.

A livello gestionale dell’istituzione scolastica si ha un notevole incremento delle difficoltà di controllo delle supplenze brevi, per non dire una loro totale abolizione. Le assenze brevi dei docenti per influenza, generalmente di due o tre giorni, non verrebbero più coperte, quindi con un perdita secca del tempo scuola da parte delle classi. Gli studenti verrebbero rimandati a casa in mancanza di personale a disposizione o, con aggravio dei compiti del personale ATA, verrebbero consegnati alla benevola sorveglianza di un collaboratore, o, infine, li si sottoporrebbe ad operazione scorrette e gravi, come la redistribuzione in quote tra altre classi dello stesso anno o di anni differenti in cui ci fosse un docente. Si tratta in ogni caso di tre operazioni che comportano l’abolizione del diritto allo studio per gli studenti coinvolti e l’assunzione da parte del dirigente scolastico di gravi responsabilità generali nei confronti del diritto soggettivo e costituzionale dei singoli allo studio. Assunzione di responsabilità per cui il dirigente non è pagato, né è garantito.

Si ha inoltre la riduzione consistente degli organici che si unisce all’aumento del numero di studenti per classe, cosa che aggrava tutti i fenomeni sopradetti.

Si ha infine il decisivo scivolamento verso la considerazione del lavoro docente come una pura prestazione oraria, cioè come la trasmissione di puri contenuti tabellari in quote orarie prestabilite. Quindi con l’abolizione di fatto del principio della cattedra, per cui insegnare una disciplina comporta solo in parte la trasmissione di puri contenuti ed è invece soprattutto l’apprendimento di metodi e di apparati critici. Questa riduzione di una disciplina ad un puro contenuto tabellare è già avvenuta all’università, con un aumento rilevante del precariato, una riduzione altrettanto rilevante della ricerca scientifica e della capacità di trasmettere di una disciplina non dei meri apprendimenti ma bensì un intero apparato critico, ciò che in effetti la rende identificabile come “quella disciplina” e non un’altra cosa qualsiasi. Questo è rilevante, come si vede immediatamente, sul piano sindacale, della capacità di organizzare il lavoro e di garantirne la dignità e la libertà.

Cagliari, 7 maggio 2007.

mariateresa

2 commenti:

Andreina ha detto...

Grazie a Maria Teresa per l'importante contributo. Purtroppo ormai sembra davvero che la scuola sia considerata soltanto come un qualsiasi settore dell'amministrazione pubblica da 'risanare' per ridurre la spesa.

rosanna ha detto...

ho un figlio che quest'anno frequenta il terzo liceo scientifico, in tre anni ha avuto 3 insegnanti di matematica con metodi assai diversi, 2 di inglese perchè quest'anno per "fortuna" nel gioco del compattamento è tornata l'insegnante della prima ecc. Pensando a tutti i bei discorsi sulla programmazione pluriennale e sul tracciare dei percorsi su cui lavorare, mi domando a che tipo di risparmio si mira. Siamo ancora all'uguaglianza scuola=supermercato e alunni=barattoli di pelati? Se abbiamo tot pelati e tot scaffali, quanti barattoli possiamo stipare negli scaffali per risparmiare?
a voi la soluzione!
con ironia
rosanna